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Popper: "Contro la televisione" Londra - 13/04/1993 Domanda 1: Sir Karl Popper, Lei ha affermato che la televisione ha, specialmente per i ragazzi, il valore di un'autorità morale e che svolge quindi un ruolo educativo. Alcuni sostengono che questa tesi sia in contrasto con l'idea liberale, secondo cui non bisogna educare le persone, ma informarle. Lei pensa dunque che la televisione dovrebbe avere una funzione educativa? Risposta: Penso proprio di sì. Credo che distinguere
in questo caso tra educare e informare non è soltanto falso, ma
decisamente disonesto. Mi dispiace doverlo dire. Non ci può essere
informazione che non esprima una certa tendenza. E ciò si vede
già nella scelta dei contenuti, quando si deve scegliere su che
cosa la gente dovrà essere informata. Per fare questo bisogna aver
già stabilito in anticipo che cosa si pensa dei fatti, decidere
circa il loro interesse e il loro significato. Questo basta a dimostrare
che non esiste informazione che non sia "di tendenza". Bisogna
scegliere, e il nostro intendimento determina la nostra scelta.
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in memoria di FELA KUTI Quando Fela decise di cancellare per sempre il suo nome da schiavo scelse un nome tribale dai tratti profetici: Anikulapo, colui che porta la morte in un sacchetto. Più volte ribadì di essere pronto a tutto nella vita e di non temere affatto la repressione del regime nei confronti della sua attività antigovernativa. Il suo spirito irriducibile avrebbe voluto mostrarsi impavido persino di fronte all'appuntamento con la morte, quel 2 agosto di 5 anni fa*, ma lo spietato cinismo dell'Aids non ebbe clemenza nemmeno per il più grande musicista africano di sempre, Fela Anikulapo Kuti. Fela il ribelle dal piglio militante, il guerriero indomito e incorruttibile. Fela la spina nel fianco dei regimi militari nigeriani, che mai sottovalutarono il suo ruolo di Black President degli oppressi. Come quel 18 febbraio '77, quando in mille fecero irruzione nella sua comune, da lui ribattezzata Kalakuta Republic, seminando distruzione e morte. Fela, con le ossa rotte, fu costretto all'esilio in Ghana; l'anziana madre, una delle donne più importanti e famose d'Africa per le sue battaglie proto-femministe fu scaraventata da una finestra e morì. Da quel drammatico episodio presero forma alcuni dei più grandi capolavori di Fela Kuti: Sorrow, Tears & Blood, Zombie, No Agreement: “No agreement today, no agreement tomorrow”, cantava con rabbia, accompagnato dalla tromba di Lester Bowie. Il jazzista americano non fu certo l'unico ospite di rilievo nella sua sterminata discografia: durante gli studi al Trinitary College di Londra alla fine degli anni '50, Fela instaurò un profondo legame d'amicizia col batterista dei Cream, Ginger Baker, col quale avrebbe inciso un disco dal vivo nel '71. E poi il vibrafonista Roy Ayers, suo partner in 2000 Black e Music of Many Colours. La collaborazione più controversa fu quella col produttore newyorkese Bill Laswell, che pressato dal manager di Fela a completare le bozze di Army Arrangement mentre Kuti era in prigione, diede vita ad un lavoro che le stesso Fela disconobbe con tutte le sue forze. Cosa che però non impedì ai due di collaborare in un altro paio d'occasioni successive. Un rapporto difficile quello del presidente nero con la discografia ufficiale. La sua rigida etica artistico-musicale non prevedeva compromessi di sorta; figuriamoci se poteva essere compresso l'infinito minutaggio delle sue composizioni, vere e proprie invettive in musica: lunghe, ipnotiche cavalcate dall'andamento circolare e dall'effetto taumaturgico; più simili ad un ancestrale canto animista che ad una canzone di pop africano. Fela, panafricanista convinto, pensava che la musica africana avesse voltato le spalle alla propria essenza, alle proprie radici. La consapevolezza delle quali paradossalmente gli giunse in un tour a Los Angeles nel '69, quando fu folgorato dalla scoperta di Malcom x. Da allora sposò le dottrine di Marcus Garvey, ma soprattutto fu un indefesso sostenitore dei due fratelli che per primi si batterono per l'unità politica e culturale dell'Africa: Kwame Nhrumah, il padre del panafricanismo, coltissimo presidente del Ghana dal '57 al '65; Sekou Ture, presidente della Guinea Conakry dal '58 all'84, che offrì esilio a Miriam Makeba, ospitò la pantera Stokely Carmichael e nominò Harry Belafonte ministro della cultura africana. Nel '79 lo stesso Fela, di ritorno dal suo esilio ghanese, formò un movimento politico, MOP (Moviment of the People) che non sortì però gli effetti sperati. Poi arrivò la svolta mistica, '81 circa: “Caddi in una trance dai contorni reali e spirituali. Fu in quell'occasione che vidi con chiarezza gli aspetti della civiltà egizia. L'intera razza umana poteva essere circoscritta all'interno della civiltà egizia e della guida spirituale dei suoi dei”. Senza indugi cambia nome alla sua band; da Africa '70 a Egypt '80, ma la sbornia nubiana non comprometterà il suo antagonismo politico. Dopo aver denunciato negli anni immediatamente precedenti le losche trame del governo nigeriano con le multinazionali del petrolio e della comunicazione, allarga il raggio d'azione della sua protesta direttamente ai padroni del vapore neo-liberista; in Beasts Of No Nation i suoi obiettivi diventano reagan, la Thatcher e l'ex presidente sudafricano Botha, ritratti sarcasticamente in copertina come vampiri col sangue grondante dalla bocca. Le parole dal canto loro, per nulla ellittiche, accompagnavano quell'immagine con espliciti riferimenti alla violazione dei diritti umani. Fela Kuti come modello di antagonismo politico? Da un punto di vista “occidentale”, l'affermazione è quanto meno azzardata, se si considera il suo discutibile rapporto con le donne. Arrivò a sposarne in un'unica cerimonia ben 27, salvo divorziare in seguito perché dissuaso dall'istituzione matrimoniale: sintomo di gelosia, possesso ed egoismo sentenziò. Forse solo una provocazione, in risposta alle accuse che gli piovvero (tra le altre) circa la promiscuità sessuale nella comunità di Kalakuta tra lui e le sue giovani donne. Come a dire: “Se volete le spose”. Al suo funerale, quell'agosto di 5 anni fa, centinaia di migliaia di persone si riversarono in massa per le strade di Lagos, come per il capo di una nazione. Oggi di Fela resta principalmente un'enorme eredità musicale. Innanzitutto i suoi dischi, 75 circa, moltissimi dei quali purtroppo fuori catalogo. La sua musica (un pizzico di Highlife, due gocce di James Brown e una spruzzata di jazz) sembra essere la cosa più campionata dai giovani produttori di nuova dance music, tanto in Inghilterra che in Francia. Non solo, a New York un vero e proprio ensemble Afro-beat di 14 elementi furoreggia nello stesso spirito militante di Kuti. Miles Davis, nei suoi ultimi anni di vita indicò nella musica di Fela alcune delle cose più innovative da riscoprire. Brian Eno ha dichiarato che da quel fatidico 1972 in cui scoprì la sua musica, non ha fatto altro che ascoltarla e studiarla. Anche il reggae gli ha dimostrato venerazione: Dennis Bovell, alter-ego di Linton Kwesi Johnson, ne è stato produttore negli anni '80. Michael Rose dei Black Uhuru lo considera il portavoce dell'altra Africa nel mondo, e Burning Spear, il più panafricanista dei cantanti raggae, fece un tour in Africa con lui alla fine degli anni '80. Ma soprattutto resta il talentuoso figlio Femi, premiato da Nelson Mandela in persona al Kora Festival nel '99 come miglior artista africano. Sarà lui o la nuova house a tenere alta la bandiera dell'Afro-beat? Chiunque raccoglierà quel peso, dovrà farlo a testa alta e pugno chiuso, portando la morte in un sacchetto.
Mauro Zanda – L'UNITA' – *02/08/2002 |
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Il perchè di questa rubrica «Perché ho accettato
di scrivere per “Tempo” la presente rubrica? Il perché di questa rubrica Le giustificazioni, ad ogni
modo, che il mio enigmatico conformismo mi detta – a proposito di
questo impegno settimanale che risono preso – sono molto semplici:
invoco a giustificarmi la necessità “civile” di intervenire,
nella lotta spicciola e quotidiana, per conclamare quella che secondo
me è una forma di verità. Dico subito che non si tratta
di una verità affermativa: si tratta piuttosto di un atteggiamento,
di un sentimento, di una dinamica, di una prassi, quasi di una gestualità:
essa dunque non può non essere piena di errori e magari anche di
qualche stupidità.
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| A seguito delle dichiarazioni di Giuseppe Pelosi detto "La Rana", rese note la notte di ieri 7 maggio durante una trasmissione sulla terza rete della RAI tv, vogliamo pubblicare uno dei numerosissimi contributi che nei trent'anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini sono stati dati nel tentativo di capire o suggerire una visione dei fatti, o anche solo di svolgere un filo segnaletico, un progetto di riflessione. Questo è forse il più personale degli interventi, forse quello che ha meno a che fare con l'inchiesta, con il reportage. Nondimeno la riflessione ci ha colpito per la sua lucidità. Vi invitiamo a visitare i seguenti luoghi della rete che ospitano altri articoli: |
"Non
riusciremo mai a rendere alla Chiesa il male che ci ha fatto" Secondo la cultura dei più, tutto ciò che non è finalizzato va contro il codice del buon senso. Per ogni cosa il suo significato. Un’ossessione è stata la ricerca del senso della vita. Tutti, o quasi, gli uomini cercano un fungo nella selva oscura: beato chi l’ha trovato, il fungo della sua vita. E i più lo trovano sotto diverse specie: un santino, la tessera del partito, un distintivo, un profilattico, una fede al dito, un paio di mutandine, i baffi del capufficio, il sorriso della suocera, una pagina del libro di storia, una citazione in un saggio di Agosti, un libretto di risparmio, la parola del Papa, la dispensa piena, un fiasco vuoto, le scarpe lucide, i capelli sempre a posto, un carburatore in fase, una foto di Fanfani o di Bouchet (Barbara), venti metri in apnea, la polluzione notturna, la villa, la poltrona di Le Corbusier, la poltrona del direttore, il potere, la mamma, il potere della mamma. Ma ci sono anche quelli che ritornano a casa a mani vuote. Eppure hanno cercato: è sembrato loro di vederlo il fungo, più volte, ma poi accostando la mano al cespuglio si sono accorti che era stata un’illusione: erano solo foglie, cadute in modo tale da assumere la forma ricercata. (Erano sorrisi rivolti in modo tale da assumere la forma dell’amore. Erano parole dette in modo tale da assumere la forma della verità. Erano promesse fatte in modo tale da assumere la forma della fede). Dopo giorni e giorni di vane ricerche, derisi dagli altri – "fortunati cercatori" – non reggono all’amarezza: chi impazzisce ripetendo all’infinito storie di boschi e di stagioni, di fungaroli e di foglie morte. E chi, addirittura, si uccide. Poi ci sono anche coloro che sono stati trovati morti per aver mangiato distintivi, tessere, scarpe lucide, carburatori, poltrone, mamme: funghi velenosi. Ma qui il discorso si farebbe lungo. Mentre ci basta aver narrato come tutto è impostato sulla ricerca del significato. Sì, mi si può rispondere che se è stato così e non altrimenti, ciò è dovuto al fatto che l’uomo storico così progrediva e cresceva. E mi si può dire che è un’astrazione, una chimera pensare che tutto sia stato sbagliato. O una fuga dalla realtà. D’accordo! rispondo: noi siamo qui e non fuggiremo. Ma mi sembra che non possiamo vivere senza un contatto più o meno intenso con i desideri, con l’utopia, con un altro mondo. E che è suggestivo immaginare per un momento che tutto sia stato sbagliato e pensare che questo mondo, dove l’uomo impara sempre meglio a uccidere se stesso e gli altri, potesse essere diverso, molto diverso da quello che è.
Anche il sesso è sempre stato finalizzato: tanto da costringere la donna a diventare madre, santa o puttana. L’atto sessuale, santificato o peccato. E l’uomo, un dongiovanni, un pederasta o un maritato. Dunque si è sempre avuto bisogno di un contesto da cui l’atto assumesse significato. Ma il contesto è stato anche la via della società classista, dello sfruttamento, dei genocidi e delle guerre. (Forse allora la eliminazione del contesto – il nonsenso – può essere un momento di prassi alternativa, tanto quanto esce dalla capacità di controllo di chi detiene il contesto-potere?) Adesso alcune ipotesi o esempi o citazioni o episodi (questi ultimi tratti da esperienze non fantastiche) più o meno riferiti al tema della repressione sessuale e dell’omosessualità. 1. L’omosessualità, che è una delle modalità di realizzazione della sfera affettiva e che, quindi, dovrebbe avere possibilità di attuazione così come le altre, riceve invece una valutazione morale (e a volte una sistemazione pseudoscientifica) tale da essere stata considerata una espressione contraria alla natura. 2. A proposito del concetto di natura, è utilissimo sapere che gli animali in stato di libertà praticano l’omosessualità ma non sono omosessuali permanenti. La loro società, infatti, non li condiziona al legame permanente. 3. La società del capitale, dove il tempo e lo spazio sono solo quelli della produzione, non tollera le esigenze improduttive dell’uomo. Così come impedisce la ricerca di un tempo e di uno spazio individuali. Impossibilitato a cercare una misura propria e spesso ignaro di questa possibilità, ciascuno, o quasi, finisce per organizzare la sua psicologia con un insieme di "pezzi" mutuati dalla cultura dei più. 4. In una comunità dell’Oregon, sorta nel 1960, si attua un’esperienza di liberazione sessuale (la cosiddetta "pedagogia orientata"). Uno dei riferimenti teorici è questo: «Dato che non si può avere una sessualità infantile senza condizionamenti, si incoraggiano i bambini al polimorfismo, che è già, secondo noi, una loro spiccata tendenza». Uno dei metodi è quello della soddisfazione di ogni stimolo presentato. Il risultato è sorprendente: «Non ci sono esasperazioni o figure tipiche nel comportamento sessuale dei nostri giovani», scrive l’animatore della comune, «tanto liberamente essi hanno potuto esprimere in vari modi la loro sessualità». 5. L’autopunitività è uno dei fondamenti della cultura dei più. Anche un proverbio dice: "chi ride il venerdì, piange il sabato la domenica e il lunedì". 6. Nella coppia omosessuale, l’attivo e il passivo non fanno altro che riprodurre lo schema disparitario della coppia eterosessuale. 7. Ho sentito dire: «Non capisco perché i genitori, subito così solleciti a soddisfare gli stimoli della fame, della sete e del sonno dei figli appena nati e cresciuti, siano poi così insensibili di fronte allo stimolo della loro sessualità». 8. «Non abbiamo ancora elementi per decidere che cosa accadrebbe se si lasciassero sviluppare in pace i bambini: crescerebbero come piccoli selvaggi oppure percorrerebbero da soli una serie di graduali mutamenti anche in assenza di un aiuto esterno?» Anna Freud, Il periodo di latenza. 9. «La razionalità capitalistica, in quanto è nella sua essenza una forma di violenza, estranea e antagonista rispetto ai bisogni reali della maggioranza degli individui, è costretta a schiacciare sul nascere ogni proposta che appaia irrazionale, insieme a ogni sospetto di una razionalità alternativa». Giovanni Jervis, Manuale critico di psichiatria. 10. La vera castrazione e il vero complesso di Edipo non consistono, forse, nella implacabile riduzione delle infinite potenzialità del bambino a poche possibilità di significato? «Nell’età in cui il bambino impara a padroneggiare il vocabolario della sua lingua materna, egli prova un gusto evidente a "sperimentare giocando" con questo materiale; accosta le parole senza badare al senso, pur di ottenere l’effetto piacevole dato dal ritmo e dalla rima. A poco a poco gli vien tolto questo divertimento, e alla fine non gli sono più consentite che le combinazioni verbali dotate di senso». Sigmund Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. 11. Al giovane si dice: «Non andar mai con gli uomini». Alla giovane si dice: «Non andar mai con le donne, e stai attenta agli uomini». Ma l’individuazione sessuale si può avere attraverso le esperienze e non attraverso le proibizioni! 12. Partendo dalla considerazione che l’omosessualità (anche quando è comunicata) si forma sempre nel clima del divieto assoluto di attuarsi come "una delle modalità di realizzazione della sfera affettiva", sempliciotta e vetusta appare la citazione che segue: «[A Pasolini] dissi che l’omosessualità è dovuta a un mancato sviluppo e ad una regressione del comportamento erotico a fasi immature, preadolescenziali. È il prolungamento dei giochi sessuali dei ragazzetti. È l’impulso sessuale che non arriva ad orientarsi verso la donna per troppo rispetto...» Cesare Musatti, "L’Espresso", 16 novembre 1975. 13. Infatti, così come la repressione sessuale, anche il "mancato sviluppo" riguarda tutti. Distinguere allora omosessualità e eterosessualità (la cui differenziazione, oggi, si verifica, sulla base di una pesante e generale repressione, solo per casuali dinamiche psicologiche ed esistenziali, sempre interpersonali) assume il solo significato di rafforzare la repressione e il meccanismo di emarginazione. 14. Distinguere il comportamento erotico in fasi immature e mature, vuol dire presupporre un arco esistenziale progressivo ed evolutivo, tendente alla "maturazione". (In questa logica, la ricomparsa di cose passate è sempre regressione). Ma la "maturazione" (nel modo in cui s’intende) non è altro che un riferimento, più o meno diretto, a un modello di cultura di marca efficientista che almeno gli psicoanalisti dovrebbero riconoscere ed evitare subito. 15. Uno slogan, non del tutto banale: «Siamo tutti uguali (più o meno) in quanto a sesso. Mentre potremmo essere tutti diversi, l’uno dall’altro. Invece molti sono costretti a essere "diversi"». 16. «Cancellare per sempre la realtà borghese e non apportare modifiche parziali!» rispondono alcuni omossessuali autonomi collegati al "Fuori" a Franco Fornari che ripete la classica formuletta: «L’omosessuale identifica se stesso con la propria madre e immagina il proprio partner come il sostituto di se stesso bambino». "Corriere della Sera", 12 febbraio 1975. 17. Dicono anche le più ortodosse ricerche di genetica umana che «Le alterazioni cromosomiche e ormonali, le carenze ghiandolari e le alterazioni genitali non comportano l’omosessualità. Tra questa e un qualunque dato clinico non esistono correlazioni di sorta». 18. Tutte le pratiche sessuali non finalizzate alla procreazione hanno significati diversi (o nessun significato) ma non certo inferiori a quelli della procreazione. Il significato del gioco, per esempio. Un gioco "improduttivo" e "disorganizzato", senza tempo, ripetitivo, apparentemente senza senso: un gioco all’infinito: dove il sesso si libera delle finalità per ritornare a essere semplicemente la soddisfazione di un bisogno fisico (istinto), il raggiungimento di un piacere. Dove il sesso non è più distinto per "categorie" o per "tipologie", ma ritrova la sua unità e la sua autonomia nella possibilità di una realizzazione libera da ogni obbligata finalità e per questo anche finalizzata, libera da ogni obbligata uniformità e per questo anche uniforme, libera da ogni obbligato orientamento e per questo anche orientata. E per finire, torniamo al contesto e alla sua psicologia. Perché tutto abbia un significato, si è costituita persino una possibilità di interpretazione (di significazione) anche di ciò che sembrava irriducibile alla ragione e non codificabile (ed ecco, appunto, l’analisi dell’inconscio). Ma ciò ha voluto dire altresì la formazione di una gabbia di razionalità sempre più asfissiante. Invece, molte cose che "non si possono spiegare" o che non è immediatamente utile spiegare potrebbero restare senza significato, come momenti della nostra vita dinamici, aperti, come potenzialità indeterminate. Anche perché nessuno può garantire che il significato sia sempre necessario alle cose. Maggio 1976 ____________________ Da AA.VV., Dedicato a Pier Paolo Pasolini, Gammalibri (Kaos Edizioni), Milano 1976, già nel n. 7 della rivista letteraria «Salvo imprevisti» |
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